Prime considerazioni sulla web tax ovvero sull’iniziativa congiunta di Francia, Germania, Italia e Spagna di tassare le società attive nel settore della digital economy

Di Guglielmo Fransoni -

(Commento a «Political Statement: Joint Initiative on the Taxation of Companies Operating in the Digital Economy» sottoscritto dai Ministri delle Finanze di Francia, Germania, Italia e Spagna)

La dichiarazione congiunta rilasciata dai Ministri delle Finanze di Francia, Germania, Italia e Spagna ha avuto un’immediata risonanza mediatica e ha incontrato reazioni, tendenzialmente, favorevoli.

Tuttavia, da ciò che si apprende dai mezzi di informazione, le ragioni di questa positiva accoglienza sembrano consistere, essenzialmente, nella convinzione che, attraverso questa iniziativa, l’Unione Europea e i singoli Stati membri potranno essere finalmente in grado di “tassare il reddito” dei giganti dell’economia digitale i quali, invece, regolarmente sfuggirebbero ai loro doveri fiscali.

Questa conclusione si fonda su due, convergenti, difetti di prospettiva.

1. Il primo è connesso all’idea che le grandi multinazionali del web perpetrerebbero una sorta di sistematica elusione dei loro obblighi impositivi negli Stati in cui operano la quale (elusione) sarebbe realizzata attraverso complesse e sofisticate forme di pianificazione. È sufficiente rilevare che, per un verso, la sofisticata pianificazione fiscale realizzata dalla maggior parte di tali multinazionali ha effetti, pressoché esclusivamente, sulla loro fiscalità nello Stato di residenza della casa-madre (quasi invariabilmente gli USA) e, per l’altro verso, che il gettito pressoché nullo che, dalla loro attività, deriva agli Stati in cui essi operano è, invece, la semplice conseguenza del fatto che (non le singole regole fiscali, ma) la struttura stessa del diritto tributario internazionale non consente di tassare il risultato di tali attività. In altri termini, la mancata tassazione di tale risultato non è la conseguenza del fatto che il sistema comprende regole insufficienti o tanto meno sbagliate, ma discende dalla circostanza che tale sistema è fondato su principi che lo rendono strutturalmente inidonee a realizzare questo obiettivo. Con la conseguenza che, per ottenere il risultato “auspicato”, non è sufficiente rendere più moderne talune regole, ma dovrebbe essere profondamente ripensato il sistema. Le ragioni di questa affermazione sono piuttosto articolate e gli evidenti limiti di spazio di questa nota impediscono di darne adeguata illustrazione.

Mi limito a fornire, al riguardo, due spunti di riflessione:

  • il primo è legato ai principali postulati del diritto tributario internazionale che possono ravvisarsi nell’affermazione (i) che il “capitale” (la cui circolazione, secondo i principi della capital export neutrality, dovrebbe avvenire in condizioni di neutralità) ha “origine” in uno Stato (individuato secondo il criterio della residenza); (ii) che al luogo da cui originano gli investimenti spetta il diritto primario d’imposizione e (iii) che agli altri Stati può spettare un diritto di imposizione, per i redditi che hanno ivi la loro fonte, ma (ed è questo il punto essenziale che viene spesso trascurato) solo in proporzione alle funzioni e ai rischi imputabili a quella fonte. Ne consegue che, fino a che (in ragione di tali principi) resta ferma la “competenza fiscale generale” dello Stato della residenza e l’attribuzione allo Stato della fonte dei soli redditi allocabili secondo il predetto criterio, è perfettamente inutile indagare sull’adeguatezza o meno del concetto di stabile organizzazione. E questo perché si potrà anche sostituire alla stabile organizzazione un concetto attestante una presenza più “debole” nel territorio estero, ma ad essa corrisponderà, inevitabilmente, anche una altrettanto “debole” allocazione dei redditi. Un diverso criterio di tassazione del reddito a livello internazionale richiede, quindi, l’adozione di un sistema concettuale diverso che potrebbe anche riflettersi sulla nozione stessa di reddito;
  • il secondo spunto, strettamente legato al primo, è connesso alla circostanza che il sistema del diritto internazionale tributario del quale sarebbe necessario, secondo la prospettiva prima delineata, un radicale cambiamento è, tuttavia, particolarmente favorevole agli Stati nei quali si assume che il “capitale” abbia “origine”. Tali Stati, in particolare, hanno favorito la nascita del sistema fin dall’epoca della Società delle Nazioni e tendono a perpetuarlo. In realtà, la stessa vicenda dei BEPS (che pure non si proponevano affatto di sovvertire il sistema) insegna che nei confronti dell’economia digitale gli interessi dei vari Stati non sono affatto allineati neanche all’interno dell’OCSE, essendovi alcuni Stati che, dallo sviluppo dell’economia digitale hanno la ragionevole certezza che, in base al principio di residenza, potranno conseguire (forse nel medio periodo) un “dividendo” fiscale assolutamente significativo.

2. Il secondo difetto di prospettiva dipende, invece, da una considerazione approssimativa della natura della c.d. web tax ed è questo il profilo al quale sembra opportuno dedicare qualche preliminare considerazione di approfondimento. I Ministri delle finanze delineano la loro proposta di web tax in termini molto sintetici. Nel comunicato è scritto, infatti, soltanto che «we ask the EU Commission to explore EU law compatible options and propose any effective solutions based on the concept of establishing a so-called “equalisation tax” on the turnover generated in Europe by the digital companies. The amounts raised would aim to reflect some of what these companies should be paying in terms of corporate tax.»

Per gli addetti ai lavori, tuttavia, il concetto è abbastanza chiaro.

L’equalisation tax o, più propriamente, l’equalisation levy è uno dei sistemi alternativi di tassazione dell’economia digitale presi in considerazione dalla Task Force on the Digital Economy che, istituita presso il Comitato degli Affari Fiscali dell’OCSE, ha predisposto l’Action Plan n. 1.

Si tratta, più specificamente, di un’imposta sul prezzo dei servizi o delle cessioni di beni resi o effettuate nell’ambito dell’economia digitale da soggetti non residenti. Non è, si badi bene, una ritenuta sul prezzo, nel senso che il prezzo non viene decurtato dell’imposta, ma viene aumentato della stessa: «The levy would be imposed on the gross value of the goods or services provided to in-country customers and users, paid by in-country customers and users, and collected by the foreign enterprise via a simplified registration regime, or collected by a local intermediary» (Action Plan n. 1, punto 304).

Non a caso, nell’Action Plan n. 1, si fa correttamente notare che «This approach has been used by some countries in order to ensure equal treatment of foreign and domestic suppliers» (Action Plan n. 1, punto 302).

Dovendo, quindi, ricondurre questa forma di imposizione a qualche modello di prelievo già conosciuto, il riferimento più ovvio è alle accise o, per meglio dire e in considerazione del fatto che il prelievo viene applicato solo nel caso di servizi e o beni forniti da soggetti esteri ovvero, per così dire, “importati”, ai dazi doganali.

Da questo punto di vista, l’affermazione dei Ministri delle Finanze secondo cui «The amounts raised would aim to reflect some of what these companies should be paying in terms of corporate tax» costituisce un aspetto abbastanza problematico del loro comunicato.

Il rapporto fra la web tax e l’imposizione del reddito appare, infatti, piuttosto evanescente, potendosi trattare, al massimo, di un tributo che offre un’alternativa pratica all’impossibilità di tassare il reddito, ma non di una forma, neppure indiretta, di tassazione del risultato dell’attività d’impresa.

Non a caso, l’Action Plan n. 1 sconsiglia l’adozione di questa forma di prelievo e, comunque, avverte che la sua eventuale e temporanea introduzione dovrebbe avvenire nel rispetto degli accordi internazionali. Il riferimento, in questo caso, è al GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) e al GATS (General Agreements on Trade in Services) i quali prevedono regole particolarmente stringenti in merito all’applicazione di simili forme di tassazione al commercio di beni e servizi.

A questa prima ragione di contrarietà all’introduzione di una equalisation levy, la citata Task Force, secondo quanto rileva correttamente l’Action Plan n. 1, ne aggiunge altre costituite dai limiti derivanti dalle regole comunitarie sulla libertà di circolazione di beni e servizi nel territorio dell’Unione Europea, alla libertà di stabilimento (che spesso garantisce l’attività delle multinazionali dell’economia digitale) e ai limiti all’introduzione di imposte sulla cifra d’affari. È vero che l’introduzione della web tax dovrebbe avvenire in base a una decisione degli organi dell’Unione medesima, ma i poteri della Commissione possono introdurre deroghe alle direttive comunitarie, ma incontrano sempre il limite delle regole fissate nei Trattati istitutivi dell’Unione.

Il disfavore che, come si è detto, l’OCSE ha manifestato nei confronti dell’equalisation levy può essere giustificato senz’altro nel fatto che la stessa, pur perseguendo con decisione l’intento di contrastare la base erosion and profit shifting, si è costantemente mostrata preoccupata di non alterare le regole di fondo su cui si base il diritto tributario internazionale, quale è conosciuto almeno dal secondo dopoguerra in poi.

Si potrebbe quindi obiettare che l’iniziativa dei Ministri delle Finanze di Francia, Germania, Italia e Spagna attesta una più chiara presa d’atto dell’insufficienza del modello generale di imposizione accolto nel diritto tributario internazionale e una maggiore determinazione verso il suo superamento.

In un contesto come quello attuale e in considerazione delle sfide che l’economia digitale pone già oggi e verosimilmente porrà nel futuro, è ben possibile, invero, che si debbano percorre strade diverse e più coerenti con la realtà del mercato e delle forze economiche che su esso operano. Il problema è che il superamento dell’attuale assetto del diritto tributario internazionale non può che essere, per definizione, globale, cosicché le misure che riguardano singoli Stati e singoli profili del sistema conducono a risultati complessivamente disarmonici. In realtà, è necessario coinvolgere tutti gli Stati (con le prevedibili – e non secondarie – resistenze, alla luce di quanto già osservato) e armonizzare complessivamente gli interventi.

Questo induce a interrogarsi sui motivi per i quali i Ministri delle Finanze non abbiano preso in considerazione – almeno per ciò che risulta dal riferimento, contenuto nello Statement, al «turnover» come base imponibile della equalisation tax –  la forma alternativa di levy pure delineata nell’Action Plan n. 1 il quale, al punto 305, indica che «Alternatively, if the policy priority is to tax the value considered to be directly contributed by customers and users, then a levy could be imposed on data and other contributions gathered from in-country customers and users».

Questa forma di imposizione, invero, sarebbe totalmente diversa e si dirigerebbe nei confronti di un profilo specifico e assai rilevante dell’economia digitale, ossia il flusso di informazioni che, in ogni transazione della web economy, si realizza e va ad alimentare il fenomeno dei Big Data. È vero che la applicazione pratica di una simile forma di imposizione può comportare difficoltà rilevanti, ma queste potrebbero essere, verosimilmente, superate sia con accorgimenti tecnologici, sia con soluzioni normative. Al tempo stesso, una simile imposizione presenterebbe, a mio avviso, minori profili di disarmonia con il sistema nel suo complesso e avrebbe ad oggetto, indirettamente, un asset che, nell’ambito dell’economia digitale, è particolarmente importante, caratteristico dell’organizzazione imprenditoriale e di grande rilevanza nella determinazione dei risultati e della posizione delle grandi multinazionali non solo nel mercato, ma forse nella società in generale.

Scarica il commento in PDF

Tag:,