La Cassazione conferma ancora una volta che la plusvalenza non è accertabile sul maggior valore determinato ai fini delle imposte d’atto

Di Barbara Denora -

(Corte di Cassazione, V sezione civile, sentenza del 30 maggio 2017 n. 13571)

Con il decreto internazionalizzazione (art. 5, comma 3, del D.L.vo n. 147 del 2015) il legislatore ha disposto che gli artt. 58, 68, 85 e 86 del TUIR, nonché gli artt. 5, 5-bis, 6 e 7 del D.L.vo 15 dicembre 1997, n. 446, si interpretano nel senso che “per le cessioni di immobili e di aziende nonché per la costituzione e il trasferimento di diritti reali sugli stessi, l’esistenza di un maggior corrispettivo non è presumibile soltanto sulla base del valore anche se dichiarato, accertato o definito ai fini dell’imposta di registro” di cui al D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, “ovvero delle imposte ipotecaria e catastale” di cui al D.L.vo 31 ottobre 1990, n. 347.

La norma, in sostanza, vieta all’Amministrazione finanziaria di presumere ai fini delle imposte sui redditi e dell’IRAP l’occultamento del corrispettivo ponendo a base della ripresa impositiva unicamente il valore del bene come individuato nell’ambito delle imposte d’atto.

La tecnica redazionale della norma, secondo taluni, lascerebbe alquanto a desiderare, data l’indicazione tassativa in essa contenuta degli articoli cui tale interpretazione dovrebbe rendersi applicabile e le limitazioni al suo ambito applicativo oggettivo – cessioni di immobili e di aziende nonché costituzione e trasferimento di diritti reali sugli stessi – che mal si attagliano ad una disposizione di interpretazione autentica che dovrebbe operare sul piano squisitamente procedimentale e, quindi, sancire, tout court e in via generale, che i valori accertati nell’ambito delle imposte d’atto non possono costituire (unica) prova, sufficiente ex se a dimostrare l’inattendibilità del prezzo indicato dalle parti nel contratto (cfr. in argomento, tra i più recenti, G. D’Angelo, Sulle recenti disposizioni di interpretazione autentica in materia di “valore normale” contenute nel c.d. decreto internazionalizzazione, in questa rivista, pag. 319 e ss.).

La disposizione in esame è, comunque, volta a sancire definitivamente l’illegittimità di qualsiasi contestazione di occultamento di maggiore corrispettivo ai fini delle imposte dirette che risulti fondata esclusivamente sulla presunzione del valore individuato ai fini delle imposte d’atto e questo intervento normativo si è reso necessario per eliminare l’incertezza che si era venuta a determinare in tema di accertamenti immobiliari; tematica che è stata oggetto di ripetuti ripensamenti da parte del legislatore nel corso del tempo.

Come si ricorderà, inizialmente, infatti, con il d.l. 4 luglio 2006, n. 223 era stata introdotta una presunzione legale pro fisco in tema di accertamenti immobiliari per cui l’Agenzia delle entrate, sulla base della mera difformità tra valore normale del bene ceduto e corrispettivo dichiarato in atto ai fini delle imposte di registro ed ipocatastali, avrebbe potuto dimostrare l’occultamento del corrispettivo ai fini delle imposte sul reddito e dell’IVA e, a questo scopo, erano stati espressamente modificati gli artt. 39, primo comma, lett. d) del D.P.R. n. 600 del 1973 e 54, comma 3, del D.P.R. n. 633 del 1972.

Successivamente, anche in considerazione dei sospetti di incompatibilità di tale disciplina con il diritto europeo, con la legge comunitaria 2008 (cfr. art. 24, commi 4, lett. f, e 5, legge 7 luglio 2009, n. 88), il legislatore aveva abrogato tali disposizioni.

Tuttavia, l’Amministrazione, con l’avallo di parte della giurisprudenza, aveva continuato ad utilizzare il criterio del valore individuato nell’ambito delle imposte d’atto – anche se “degradato” a mera presunzione semplice – per fondare accertamenti immobiliari ai fini delle imposte dirette.

Questo modus operandi, peraltro, è efficacemente stigmatizzato, da ultimo, proprio nella sentenza n. 13571 in commento, ove si sottolinea che la norma di interpretazione autentica contenuta nel decreto internazionalizzazione “ha indubbia portata innovativa del quadro giurisprudenziale preesistente” perché l’orientamento della giurisprudenza di legittimità è stato “consolidato da oltre un decennio nel senso di ritenere l’Amministrazione finanziaria legittimata a procedere in via induttiva all’accertamento della plusvalenza di cessione di un terreno edificabile sulla base dell’accertamento di valore effettuato in sede di applicazione dell’imposta di registro, salva per il contribuente la facoltà e l’onere della prova contraria” (ed a questo proposito si vedano Cass., nn. 13823/2014; 14571/2013; 5070/2011, 22793/2010; 4057/2007, tutte richiamate nella sentenza in commento).

In effetti, la pronuncia in esame merita di essere segnalata perché, con essa, si consolida ulteriormente l’orientamento della Suprema Corte in base al quale “l’illegittimità della determinazione della base imponibile sulla base del valore separatamente determinato dall’ufficio ai fini dell’applicazione dell’imposta di registro, discende, ai fini che occupano, dallo ius superveniens rappresentato dal D.Lgs. 14 settembre 2015, n. 147” e, in questa prospettiva, l’art. 5, comma 3, di tale decreto “è da ritenersi applicabile anche ai giudizi in corso atteso l’intento interpretativo chiaramente espresso dal legislatore e considerato che, come affermato tra le altre da Corte Cost. n. 246 del 1992, il carattere retroattivo costituisce elemento connaturale alle leggi interpretative” (in questo senso, infatti, tra le tante si erano già espresse Cass. 15 aprile 2016, n. 7488 e Cass. 10 febbraio 2017, n. 3590, entrambe richiamate in sentenza, nonché Cass. 17 maggio 2017, n. 12265 e Cass., 11 aprile 2017, n. 9343).

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