Ancora sull’inammissibilità del ricorso per cassazione “indaginoso”

Di Fabio Coli -

Commento a Cass. Civ., sent. 31 luglio 2017, n. 18962

Con la sentenza in commento la Suprema Corte torna ad occuparsi delle condizioni d’ammissibilità del ricorso per cassazione e, in specie, del requisito della “esposizione sommaria dei fatti di causa” prescritto dall’art. 366, n. 3 c.p.c..

Rammentato dapprima come il “fatto” evocato da tale ultima norma sia da intendersi “nella duplice accezione di fatto sostanziale … e processuale”, la pronuncia si diffonde in una breve rassegna preliminare dei principali rilievi svolti dalla giurisprudenza di legittimità circa la portata e la funzione del requisito in parola, precisando che quest’ultimo serve in definitiva a consentire “alla Corte di Cassazione di percepire con una certa immediatezza il fatto sostanziale e lo svolgimento del fatto processuale”, di guisa da permetterle di “acquisire l’indispensabile conoscenza, sia pure sommaria, del processo” e “poter procedere alla lettura dei motivi del ricorso in maniera da comprenderne il senso”. Dal che il prescritto carattere della “sommarietà” dell’esposizione ridetta, risolventesi:

  1. per un verso, nella necessità che l’esposizione del ricorso per cassazione, ancorché “non analitica o particolareggiata”, sia nondimeno “chiara ed esauriente”, essa dovendo in specie ripercorrere tutti quei “fatti di causa” (anche di carattere “processuale”) occorrenti onde porre la Corte nella condizione di godere fin da subito di quella conoscenza di massima del processo tale da consentirle di passare all’esame dei motivi di ricorso entro un quadro di conoscenze funzionale all’adeguato inquadramento e alla comprensione del senso dei motivi medesimi;
  2. per altro verso, tuttavia e ad un tempo, nell’altrettanto indefettibile necessità che l’esposizione medesima non esondi nel cd. “eccesso di esposizione”, quale in particolare ravvisato dalla giurisprudenza della Suprema Corte nelle ipotesi di impiego della “tecnica della c.d. spillatura o del c.d. assemblaggio, consistenti nella riproduzione, meccanica o informatica, di una serie di atti processuali e documenti all’interno del ricorso”, giacché – come già chiarito in passato da plurime sentenze – “la prescrizione contenuta nell’art. 366, primo comma, n. 3 c.p.c. … non può ritenersi osservata quando il ricorrente non riproduca alcuna narrativa della vicenda processuale, né accenni all’oggetto della pretesa, limitandosi ad allegare, mediante “spillatura “ al ricorso, … il testo integrale di tutti gli atti”, “così rendendo indaginosa l’individuazione della materia del contendere e contravvenendo allo scopo della disposizione”.

Operati tali richiami preliminari, la pronuncia di cui trattasi introduce un tassello ulteriore al predetto quadro, aggiungendo di ritenere che il principio di cui sopra sub b) “ben possa trovare applicazione anche nel caso in cui, pur non avendo il ricorrente inserito nel corpo del ricorso la fotoriproduzione degli atti del processo …, abbia tuttavia egualmente ecceduto nel riportare … ogni singolo accadimento processuale, sia pur con narrazione propria, ma senza alcuna necessità”.

Incidentalmente precisato come la questione non verta tanto sull’impiego della modalità della fotoriproduzione ovvero su quella della “narrazione propria” (giacché – si rammenta evocando Cass. SS.UU. sent. 4324/2014 e Cass. sent. 12415/2017 – l’impiego della tecnica della fotoriproduzione “non … comporta di per sé l’indefettibile inammissibilità del ricorso” per cassazione), quel che si assume ed indica invece come autenticamente rilevante quale causa d’inammissibilità è piuttosto la circostanza che il risultato espositivo sia tale da rendere “particolarmente “indaginosa” l’individuazione delle questioni da parte” della Suprema “Corte, impropriamente investita delle ricerca e della selezione dei fatti (anche processuali) rilevanti ai fini del decidere”.

La conclusione è sostanzialmente condivisibile almeno in punto di principio, riflettendo la ragionevole esigenza di contrastare l’inutile e sviante prolissità degli atti.

Non può sottacersi, tuttavia e ad un tempo, come la principale responsabilità di siffatta specie di derive appaia in larga parte da imputare alla stessa Cassazione e, in specie, a quell’indirizzo esegetico (troppo rigorista) che, specie nel recente passato, ha inteso piegare l’interpretazione del principio di autosufficienza a improprie finalità pratiche di smaltimento del contenzioso di legittimità, inevitabilmente e comprensibilmente inducendo gli operatori a cautelativi sproloqui d’esposizione.

La sentenza in commento, viceversa e seppur trattando di un requisito distinto da quello dell’autosufficienza in senso proprio, sembra inserirsi sulla scia di quel filone esegetico che, con riguardo a tale elemento e con maggiore rispetto della funzione dei prescritti requisiti contenutistico-formali del ricorso di legittimità, non dimentica come tutti i requisiti di tal fatta debbano sempre rispondere (ed essere intesi) in coerenza con i principi costituzionali del giusto processo, della ragionevole durata e dell’effettività della tutela giurisdizionale, sì che sono senz’altro da escludere, al riguardo, soluzioni interpretative ispirate a formalismi non giustificati da effettive esigenze del sistema, dovendosi invece privilegiare letture delle norme processuali che (nell’interesse generale) facciano bensì salva la funzione di garanzia che è istituzionalmente propria del processo, ma limitando al massimo, per quanto possibile, l’operatività di irragionevoli sanzioni di inammissibilità in danno delle parti che di quella garanzia debbano potersi giovare (così, assai condivisibilmente e per tutte, cfr. Cass. 18088/2004).

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