La giurisdizione sulle sanzioni tributarie amministrative e il caso dell’avvocato “sospeso per la toga in un limbo professionale sine die”

Ormai da anni la Cassazione (cfr., Cass., SS. UU., ord. 26 gennaio 2011, n. 1782, e F. D’AYALA VALVA, Il contributo al CNF che alcuni avvocati non vogliono pagare, in Riv. dir. trib., n. 7-8/2013, 414 ss.; cfr., altresì, SS. UU., ordd. nn. 1780/2011, 1667/2009, 10469/2008, 13549/2005) ha riconosciuto natura tributaria ai «con-tributi» imposti per ripartire tra gli iscritti le spese di funzionamento di enti forensi investiti di funzioni di interesse generale; e da tale natura ha fatto derivare la giurisdizione delle Commissioni tributarie. Nonostante questo, però, prassi e giurisprudenza forense continuano a sostenere che la lite sulla sanzione della sospensione sine die irrogata all’avvocato moroso per non aver versato i contributi dovuti al Consiglio Nazionale Forense e/o al proprio Ordine di appartenenza, pur non avendo natura disciplinare, rientri nella giurisdizione del Consiglio Nazionale Forense; e ciò – a quanto consta – senza neanche adombrare l’eventualità che verta su una “sanzione amministrativa” relativa a tributi di ogni genere e speciecomunque denominati” e che, perciò, vada ricondotta al giudice tributario.

Com’è noto, infatti, superando l’enumerazione tassativa dei tributi attribuiti al giudice fiscale, da tempo il legislatore ha ridisegnato i confini della giurisdizione devoluta a questo “giudice speciale precostituzionale”, dilatandoli sino ai limiti propri di una giurisdizione ratione materiae, generale ma non esclusiva (cfr., l’art. 2, D.Lgs. n. 546/1992, come novellato dall’art. 12, comma 2, l. 448/2001 e successive modificazioni; cfr., altresì, P. RUSSO, Manuale del processo tributario, Milano, 2005, 19), dando, così, rinnovato impulso a un’autentica “quaestio de universalibus” intorno alla nozione giuridica di tributo, preliminare alla necessaria verifica della natura tributaria di una prestazione patrimoniale imposta a prescindere «dal nomen iuris utilizzato» dal legislatore (cfr., Corte cost., sent. n. 238/2009).

L’enunciato normativo ha, poi, progressivamente perso ogni ulteriore ancoraggio a parametri (e limiti) di tipo puramente soggettivo per caratterizzarsi di una chiara “corrispondenza biunivoca ratione materiae” tra giurisdizione in materia impositiva e giurisdizione in materia di illeciti e sanzioni amministrative relativi a tributi di ogni genere e specie, a prescindere dal nomen iuris dell’illecito o della sanzione amministrativa presi in considerazione e – sembrerebbe – dal quomodo o dalle forme procedimentali della relativa irrogazione.

In questo rinnovato contesto, si collocano il caso dell’avvocato “sospeso per la toga in un limbo professionale sine die” per aver omesso il versamento dei con-tributi all’Ordine e/o al Consiglio Nazionale Forense, e la relativa questione di giurisdizione, resa più evidente dai tratti di quella prestazione imposta nella “Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense” (L. 247/2012), che proprio il “giudice speciale forense” (il CNF) stenta a cogliere.

Anche quando la giurisdizione speciale del CNF è stata messa in discussione – ad esempio da una richiesta di parere del COA (Consiglio dell’Ordine circondariale degli Avvocati) di Padova nel 2014 – l’eventualità che si trattasse di una sanzione “tributaria” non è stata neanche ipotizzata e il Consiglio Nazionale ha confermato l’impugnabilità dinanzi a sé del provvedimento con cui il Consiglio dell’Ordine irroga una sanzione non pecuniaria per il solo fatto di un omesso versamento di “con-tributi”. Il Consiglio Nazionale, in quell’occasione (e in una successiva pronuncia del 2015; cfr. CNF, sentenza 28 dicembre 2015, n. 227), non ha neanche accennato alle possibili implicazioni del dato normativo, né ha preso in considerazione la graduale evoluzione – medio tempore – della formula normativa sulla giurisdizione delle Commissioni o della relativa elaborazione delle Corti Superiori; e, persino, la disciplina dell’ordinamento forense scaturita dalla riforma del 2012 (L. n. 247), in cui il COA ha perso la sua prerogativa tipicamente disciplinare ma non anche la competenza ad irrogare la sanzione «non disciplinare» in esame, è stata considerata sostanzialmente irrilevante, sul presupposto che nel procedimento di irrogazione della sanzione in questione persiste (ex art. 29 L. 247/2012, che mutuerebbe il rinvio di cui alla legge 536/1949) il dovere di osservanza delle «forme del procedimento disciplinare» [la comunicazione di avvio del procedimento amministrativo, ex art. 47 R.D. n. 37/1934, e il diritto dell’incolpato di essere preliminarmente sentito, ex art. 45 R.D.L. n. 1578/1933] e che ciò comporti «la sostanziale riconducibilità del nuovo procedimento alla precedente normativa anche con riferimento alla “ricorribilità avanti al C.N.F.”» (così, CNF, sentenza 28 dicembre 2015, n. 227; e cfr. il Parere del 10 dicembre 2014, n. 108, sul Quesito n. 433 del COA di Padova). Così riaffermata sbrigativamente la propria giurisdizione, il CNF è poi giunto a confermare anche la legittimità dell’impugnata sospensione di un avvocato moroso, irrogata nel marzo 2014 dal COA di Roma (ex art. 29, comma 6, legge n. 247/12) per omesso versamento dei contributi dovuti a quell’Ordine per gli anni 2010-2012 (cfr., CNF, sentenza 227/2015 cit.).

In definitiva, quando non ha bypassato la questione opponendo all’avvocato sospeso perché moroso il difetto di ius postulandi (cfr., per tutte, CNF, sentenza 11 giugno 2016, n. 153), il Consiglio Nazionale ha confermato la propria giurisdizione sulla «sospensione a tempo indeterminato» dell’iscritto moroso prevista dall’art. 29 della legge n. 247/2012, che è, al più, analoga a quella comminata dall’articolo 2 della legge n. 536/1949 (in ordine alla quale, cfr., la sentenza del CNF n. 58/2010), pur dando atto della sua natura non disciplinare e della mancanza di una specifica “base normativa” nel R.D.L. n. 1578/1933, facendo leva piuttosto su una sorta di analogia delle forme procedimentali rispetto ai provvedimenti di natura disciplinare e su una supposta “congruità”, ratione materiae, rispetto alle competenze attribuitegli «ex lege» quale «Giudice speciale». Sintetizzando ulteriormente, la sanzione in questione, solo perché irrogata «osservando le forme del procedimento disciplinare», sarebbe senz’altro impugnabile dinanzi allo stesso CNF, quale che ne sia la natura; ma è evidente che la mera “conferma implicita” di talune garanzie procedimentali già previste per il procedimento disciplinare (garanzie che, tra l’altro, costituiscono predicati minimali dei diritti di difesa e di partecipazione pressoché in ogni procedimento amministrativo o punitivo), non è sufficiente a modificare la natura della sanzione o ad attrarla alla giurisdizione di un Giudice speciale «in materia disciplinare» (cfr., Cass., SS. UU. civ., sentenze 11 febbraio 2002, n. 1904, e 20 maggio 2005, n. 10601; cfr., altresì, Corte cost., sent. 110/1967).

Oltretutto, la legge del 1949 in qualche modo evocata dal CNF delineava una fattispecie di illecito soltanto analoga a quella riproposta dal legislatore del 2012, con alcune (non secondarie) varianti, e prevedeva un procedimento di irrogazione parzialmente difforme da quello attuale. Per assicurare il versamento dei «contributi previsti dal decreto legislativo luogotenenziale 23 novembre 1944, n. 382, a favore dei Consigli degli ordini e dei collegi» – ivi compreso quello «di contributi arretrati» – i COA, prima di tutto, dovevano assegnare all’iscritto un termine ultimo per pagare e, soltanto in caso di inadempimento, potevano (non dovevano) sospenderlo dall’esercizio professionale, «osservate le forme del procedimento disciplinare» (art. 2, comma 2, l. n. 536/1949). Non si trattava, quindi, di una sanzione applicabile per il fatto stesso dell’inadempimento; anzi, il Consiglio dell’Ordine, all’epoca, aveva margini di discrezionalità tali da investire anche l’an della sanzione. Inoltre, anche in quel contesto normativo il rinvio alle “forme” del procedimento disciplinare valeva non solo a mutuare garanzie procedurali essenziali, ma anche a marcare la distanza “sostanziale” dalle sanzioni di natura disciplinare; distanza che, proprio nella riforma del 2012 (cfr., l’art. 29, comma 6 cit.), è stata confermata con l’espressa previsione della natura – appunto – «non disciplinare» dell’illecito e della sanzione in questione.

Nell’attuale disciplina sanzionatoria – o, almeno, nell’interpretazione e applicazione che ne hanno fatto i COA e il CNF (cfr., CNF, Risposta del 22 giugno 2016, n. 76 al Quesito n. 214 del COA di Urbino) – la sospensione dell’iscritto moroso appare una “ineluttabile” conseguenza punitiva del mero inadempimento (cfr., l’art. 29, comma 6, l. n. 247/2012) e non più l’eventuale effetto di una valutazione discrezionale. E, significativamente, la competenza a verificare l’adempimento degli iscritti e a sanzionarne gli omessi versamenti è stata attribuita ai COA impositori (o ausiliari della riscossione dei contributi dovuti al CNF), tuttora investiti della vigilanza sulla condotta deontologica (cfr., l’art. 29, comma 1, lett. f), l. n. 247/2012) benché privi del “potere disciplinare”, conferito, viceversa, ai neoistituiti Consigli distrettuali di disciplina forense (art. 50, l. n. 247/2012) deputati proprio ad accertare e reprimere gli illeciti “disciplinari”.

Ai COA la legge 31 dicembre 2012, n. 247, ha, inoltre, attribuito molte altre funzioni e, tra queste, proprio la gestione finanziaria e l’amministrazione dei beni dell’ordine (art. 29, comma 2), con potestà di imporre con-tributi agli iscritti «per provvedere alle spese di gestione e a tutte le attività indicate nel presente articolo e ad ogni altra attività ritenuta necessaria per il conseguimento dei fini istituzionali, per la tutela del ruolo dell’avvocatura nonché per l’organizzazione di servizi per l’utenza e per il miglior esercizio delle attività professionali» (art. 29, comma 3). Con questa finalità di impiego, ai COA è stata attribuita la potestà di «fissare un contributo annuale o contributi straordinari da tutti gli iscritti a ciascun albo, elenco o registro» (cfr. il comma 3, lett. a), oltretutto in una misura determinabile soltanto per correlazione al necessario «pareggio di bilancio del consiglio» (cfr., il comma 4), da riscuotere «anche ai sensi del testo unico delle leggi sui servizi della riscossione delle imposte dirette» (di cui al D.P.R. n. 858/1963), «mediante iscrizione a ruolo dei contributi dovuti per l’anno di competenza» (cfr., il comma 5). Si tratta, pertanto, di una “potestà impositiva” a tutti gli effetti, conferita a quegli stessi COA ai quali, per ovvie ragioni di coerenza, è stata attribuita anche la competenza ad accertare e reprimere l’eventuale inadempimento con-tributivo degli iscritti con la sospensione dall’esercizio della professione. Ai COA, infine, il legislatore ha attribuito anche analoga potestà sanzionatoria per l’omesso versamento dei contributi fissati e imposti dal CNF a copertura finanziaria dei propri oneri funzionali (cfr., l’art. 35, comma 2 e 3, l. n. 247/2012), con rinvio al già illustrato articolo 29 in cui sono elencate le principali funzioni dei COA ed è prevista anche la sanzione della sospensione dell’avvocato moroso.

In definitiva, già questi brevi cenni alla disciplina della sospensione dall’esercizio della professione forense comminata all’avvocato moroso per un inadempimento fiscale ed all’evoluzione del più ampio contesto in cui la fattispecie sanzionatoria deve essere collocata, inducono a dubitare non poco delle conclusioni alle quali il Consiglio Nazionale Forense è giunto troppo sbrigativamente, pur essendo al cospetto di un sistema riformato e di una conseguenza punitiva “personale” del fatto mero di un “omesso versamento tributario”: una sanzione “interdittiva” dagli inevitabili e gravosi risvolti patrimoniali (probabilmente, anche di dubbia proporzionalità/legittimità), che certamente non ha natura disciplinare (forse, non l’ha mai avuta) e, al più, costituisce anche mezzo per ripristinare celermente “l’ordine leso”, nella misura in cui induce il trasgressore a “pagare” quanto prima per porre fine ad una “pena” altrimenti destinata a perpetuarsi sine die (cfr., l’art. 29, comma 6, ult. periodo, l. n. 247/2012).

La questione merita senz’altro ulteriori approfondimenti, ma profilare la natura tributaria di questa sanzione e della relativa giurisdizione appare fin d’ora operazione tutt’altro che azzardata e non priva di significativi “risvolti giuridici e pratici”: sia per la possibilità che ne consegua l’applicazione dei principi generali in materia di sanzioni tributarie amministrative (D.Lgs. n. 472/1997), anche per quanto attiene all’esecutività della sanzione sub iudice (cfr., l’art. 19), e per l’esigenza di giustapporre la sanzione in esame alle similari sanzioni interdittive “accessorie” ivi munite anche di una disciplina specifica (cfr., l’art. 21), come alla sanzione generale per l’omesso versamento di tributi (art. 13, comma 2, D.Lgs. n. 471/1997); sia ed in ogni caso per la possibilità di beneficiare di tre gradi di giudizio, dinanzi a un Giudice prossimo alla sede dell’ufficio che ha irrogato la sanzione, e delle forme procedurali proprie del giudizio dinanzi alle Commissioni tributarie, per molti aspetti semplificate, specie in punto di cd. jus postulandi.

Forse perplessità sulla natura della sanzione inflitta all’avvocato moroso avrebbero potuto sorgere già da tempo, perché la natura del contributo omesso e della relativa sanzione non sono mai fondamentalmente mutati, ma certamente all’innesco di un potenziale “conflitto di attribuzione” con la giurisdizione tributaria hanno dato un rilevante contributo la descritta evoluzione normativa (in specie, dell’art. 2 del D.Lgs. n. 546/1992) e i più recenti approdi della giurisprudenza costituzionale e di quella legittimità che, nel 2011 (cfr., SS. UU., ord., n. 1782/2011), ha riconosciuto la natura tributaria dei contributi imposti agli Avvocati dal Consiglio Nazionale Forense, collocandoli nel fuoco della lente mediatica.

La questione non è priva di rilevanti implicazioni sistematiche, anche perché si potrebbe profilare all’orizzonte un autentico e insolito “conflitto tra due giudici pre-costituzionali e speciali”, probabilmente destinato ad essere risolto in radice attingendo alla cospicua elaborazione della Consulta sui limiti di ogni giurisdizione speciale e, forse proprio, alle ragioni “costituzionali” che hanno portato quella Corte – e, in seguito, il legislatore – ad epurare la norma sulla giurisdizione delle Commissioni tributarie da ogni competenza in materia di sanzioni che non siano “oggettivamente” tributarie, o relative a tributi di ogni genere e specie, ma semplicemente o “comunque irrogate da Uffici finanziari”.

L’approdo a una giurisdizione fiscale ratione materiae, infatti, è stato accompagnato e seguito da talune persistenti forzature normative tese a dilatare i limiti “naturali” della giurisdizione delle Commissioni e quelli “costituzionalmente propri” (art. 102, comma 2, e VI disposizione transitoria della Costituzione) – più in generale – di ogni giurisdizione “speciale”. Ne è scaturito un considerevole contenzioso proprio intorno alla formula di legge che attribuiva alle Commissioni la giurisdizione in materia di sanzioni amministrative “comunque irrogate da Uffici finanziari” – e per lo più in ordine a sanzioni per l’assunzione di lavoratori irregolari, irrogate dalla competente Agenzia delle Entrate (ex art. 3, comma 5, D.L. n. 12/2002, conv. in l. 73/2002, ante modifiche del 2006) – che, soltanto in un primo tempo, fu composto dalla Cassazione (cfr., SS. UU., ord. nn. 2888/2006, e 3171/2008) facendo pedissequa applicazione «del mero criterio soggettivo» (natura finanziaria dell’organo competente ad irrogarle) al quale il legislatore stesso aveva subordinato la giurisdizione delle Commissioni. In seguito, dopo alcune vane sollecitazioni della Consulta a superare l’impasse in via di interpretazione adeguatrice (cfr., Corte cost., ord. nn. 34, 35 e 94 del 2006), lo stesso Giudice delle leggi ha riportato la giurisdizione tributaria nei suoi confini inesorabili e propri (cfr., Corte cost., sentenza 14 maggio 2008, n. 130), dichiarando incostituzionale l’art. 2, comma 1, del D.Lgs. n. 546/1992 nella parte in cui attribui(va) alla giurisdizione tributaria anche controversie relative a sanzioni irrogate da uffici finanziari per violazioni di disposizioni «non aventi natura tributaria» e, quindi, obiettivamente estranee all’oggetto tipico ed esclusivo di quella giurisdizione o esorbitanti dai suoi limiti oggettivi storici e qualificanti, invalicabili per ogni giurisdizione speciale “precostituzionale”.

Solo più recentemente [cfr., l’art. 9, comma 1, lett. a), D.Lgs. n. 156/2015], infine, il legislatore ha riformulato di conseguenza il dictum dell’articolo 2, D.Lgs. n. 546/1992, da un lato, eliminando l’equivoco riferimento ai “soggetti che irrogano” le sanzioni e, dall’altro, indicando come appartenenti alla giurisdizione delle Commissioni le sole liti concernenti sanzioni tributarie in senso oggettivo, perché “relative a tributi” di ogni genere e specie.

Tra l’altro – paradossalmente – sino alla declaratoria di incostituzionalità del 2008, proprio il dictum dell’art. 2, D.Lgs. n. 546/1992 che aveva particolarmente dilatato la giurisdizione delle Commissioni in materia di sanzioni amministrative, se attraeva senz’altro alla giurisdizione fiscale le sanzioni “non tributarie” “irrogate da uffici finanziari”, viceversa, poteva indurre a dubitare di quella giurisdizione al cospetto proprio di sanzioni “tributarie per natura” ma irrogate da “uffici non finanziari” almeno in senso giuridico-soggettivo. Ma se non altro a seguito di quella pronuncia costituzionale del 2008 e, poi, della novella normativa del 2015, la natura tributaria di una sanzione amministrativa, fondamentalmente conseguenziale alla natura tributaria dell’obbligo inadempiuto che presidia, è divenuta una discriminante giurisdizionale.

Dunque, proprio la circostanza che, nel nostro caso, la sanzione è reazione punitiva a un omesso versamento tributario, è l’elemento dal quale non si può prescindere in ogni disquisizione teorica o pratica tanto in ordine alla natura della sanzione stessa, quanto in ordine alla giurisdizione sulle relative controversie, e dal quale occorre muovere anche per verificare la tenuta di orientamenti interpretativi che possano comportare invasioni del campo giurisdizionale fiscale: delimitato proprio dalla natura oggettivamente tributaria tanto dell’obbligo di versamento, quanto della sanzione destinata – almeno in prima battuta – ad assicurarne la necessaria osservanza.

Trattandosi della diretta conseguenza afflittiva di un inadempimento inequivocabilmente fiscale, la necessaria sospensione dell’avvocato moroso sino al suo ravvedimento incide una posizione giuridica di diritto soggettivo implicata da un rapporto d’imposta e appare una sanzione amministrativa “oggettivamente tributaria”: cioè, proprio una di quelle “sanzioni amministrative relative a tributi di ogni genere e specie” che l’articolo 2, D.Lgs. n. 546/1992, come riformulato nel 2015, attribuisce inequivocabilmente alla giurisdizione delle Commissioni tributarie. Per un bizzarro contrappasso normativo, si tratterebbe dunque di un caso inverso a quelli che nel 2001 il legislatore tentò di attrarre alla giurisdizione fiscale, cioè, di una sanzione oggettivamente tributaria attribuibile alla giurisdizione delle Commissioni nonostante “irrogata da uffici non finanziari”: un caso di fatale attrazione centripeta all’ambito di applicazione di una norma di riparto della giurisdizione (art. 2, D.Lgs. n. 546/1992) che, nella “riformulazione 2015”, ha perso ogni “autosufficiente presupposto” – ma anche ogni limite – di carattere soggettivo, per conformarsi ai limiti che caratterizzano marcatamente la giurisdizione di un giudice speciale ribaditi più volte dalla Corte costituzionale.

Oltretutto, se ogni revisione della giurisdizione di un giudice speciale non può comportare attribuzione di competenze estranee – anzi, non strettamente pertinenti – al suo oggetto storico e tipico e tali da snaturarla e novarla in un giudice nuovo, poiché nel nostro caso entrambi i giudici in potenziale conflitto tra loro sono “giudici speciali”, i limiti opposti dalla Consulta ad ogni “revisione normativa” della giurisdizione speciale tributaria saranno destinati non solo ad individuare in quella speciale tributaria la giurisdizione naturale in materia di sanzioni amministrative oggettivamente tributarie, ma ad inibire ogni vis espansiva delle norme sulla giurisdizione di un “giudice parimenti speciale” qual è il Consiglio Nazionale Forense. Nella paventata eventualità, pertanto, non solo l’attuale chiara formula dell’articolo 2, D.Lgs. n. 546/1992, ma anche la pluriennale elaborazione della Consulta (cfr., ex plurimis, Corte cost., sentt. nn. 287/1974, 64-130/2008 e 141/2009, e ord. n. 144/1998) e il dovere di interpretazione costituzionalmente orientata (art. 102, Cost., e VI disposizione transitoria) delle norme di riparto della giurisdizione, dovrebbero condurre ad identificare in quello tributario – e non in quello forense – il giudice speciale naturale, poiché proprio quella tributaria è la giurisdizione «imprescindibilmente collegata» alla «natura tributaria del rapporto» sottostante (cfr., Corte cost., ord. nn. 395/2007 e 34-35-94- 427/2006) e, di qui, delle relative sanzioni. Né sarebbe «ragionevole frazionare una vicenda» fondamentalmente unitaria, qual è quella dell’omesso versamento e della relativa sanzione, «in contrasto con la tendenziale concentrazione della tutela in un unico giudizio, corollario del costituzionalizzato principio della ragionevole durata del processo» (così, per tutte, Cass., SS. UU., ord. 28 dicembre 2007, n. 27184).

Nel descritto contesto normativo e sistematico, non appare attuale, né dirimente, neanche l’apparente analogia con il lontano precedente (cfr., Corte cost., sentenza 6 luglio 1970, n. 114) in cui la Corte costituzionale, al fine di stabilire se l’ordinanza del rimettente CNF fosse ammissibile per esser stata emessa nell’ambito di un procedimento giurisdizionale, riconobbe appunto al CNF di aver svolto una “funzione giurisdizionale”, ancorché in materia di «sospensione dell’esercizio professionale» – disposta dall’Amministrazione finanziaria e deliberata dal Consiglio dell’Ordine – per il mancato pagamento di imposte sui redditi professionali (prevista dagli artt. 261-263 del D.P.R. n. 645/1958). In quel caso, la Consulta prese le mosse dalla «natura disciplinare» dell’organo (il Consiglio dell’Ordine) che aveva deliberato la sospensione – per quanto «deriva(nte) … da quanto “disposto” dall’Amministrazione» – e del conseguente speciale (ma pur sempre «disciplinare») giudizio dinanzi al CNF, chiamato a controllare «se gli effetti costitutivi del provvedimento sanzionatorio (fossero) stati conseguiti dal punto di vista della legittimità della procedura, con obbiettiva applicazione della legge». La sanzione in esame, viceversa, disciplinare non è, né lo è l’organo tenuto autonomamente ad irrogarla, ma è una di quella sanzioni amministrative conseguenti al fatto stesso dell’omesso versamento di un (con)tributo, che l’art. 2 del D.Lgs. n. 546/1992 devolve indistintamente alla giurisdizione tributaria.

D’altra parte, non dovrebbe porsi neanche il problema di un conflitto con la giurisdizione amministrativa perché, a differenza di un provvedimento che neghi in partenza l’iscrizione essenziale all’esercizio della professione (cfr., ancora, Cass., SS. UU., ord. n. 27184/2007), nel nostro caso esemplare viene in evidenza un provvedimento di sospensione necessaria o vincolata nei confronti di un “già iscritto”: testimoniata anche dalla prassi interpretativa e applicativa dei COA (cfr., ex plurimis, i verbali di irrogazione del COA di Roma del 2014).

Un conflitto di questo tipo, al più, sarebbe all’orizzonte se si accedesse a tutt’altra accezione del potere che si estrinseca nella sanzione irrogata e della corrispondente posizione giuridica soggettiva in capo al trasgressore: ovverosia, al più riconoscendone prevalente la (invero, latente) funzione “ripristinatoria” sottesa alla sua disciplina normativa e, in particolare, al codificato nesso diretto e inesorabile tra adempimento tardivo e revoca della sospensione dell’iscritto. Indubbiamente, tale condizione personale afflittiva, che pure è implicata dal fatto dell’inadempimento tributario, è destinata a cessare proprio al momento in cui il trasgressore ponga in essere il comportamento omesso e sino ad allora sanzionato. Sembra, tuttavia, una forzatura del dato giuridico obiettivo attribuire alla sospensione dell’iscritto quella natura di provvisoria “misura fondamentalmente strumentale al ripristino di condizioni essenziali alla funzione pubblica amministrata” – e in questo senso, di atto di amministrazione e cura diretta dello stesso interesse amministrato – che, in passato, è stata motivo non secondario per riconoscere, tanto la natura amministrativa di una sanzione, quanto un interesse legittimo in capo al trasgressore e, di conseguenza, la giurisdizione del giudice amministrativo (cfr., Cass., SS. UU., 24 febbraio 1978 n. 926, in Foro it., 1978, I, 1174 con nota di C. M. Barone; Id., 3 febbraio 1989 n. 660, ivi, 1989, I, 1076; Id., nn. 94/2000, 4857/2004; lo stesso orientamento è espresso da Cons. St., Ad. Plen., 28 ottobre 1980 n. 42, in Foro it., 1981, III, 68). Nel nostro caso, infatti, la sospensione a tempo indeterminato rappresenta un atto vincolato e la sola, necessaria e diretta conseguenza “afflittiva” del mero inadempimento fiscale; e tale “conseguenza afflittiva” – a sua volta – è improduttiva di effetti ripristinatori. Quella sanzione, semmai, ha un’attitudine solo indiretta a indurre una condotta del trasgressore “ripristinatoria” dell’ordine leso: il suo ravvedimento e adempimento tardivo. La sospensione dell’iscritto, quindi, sembra avere una connotazione “direttamente afflittiva” (punitiva), solo mediatamente preordinata a “incentivare il ripristino dell’ordine leso” e in questi limiti a tutelare – comunque soltanto “indirettamente” – fini pubblici (cfr., Cass., SS. UU., 5 gennaio 1994, n. 52, in Foro it., 1994, I, c. 732, a proposito del potere sanzionatorio delle Autorità amministrative indipendenti) nella fattispecie coincidenti con la ragione stessa dell’obbligo contributivo (il funzionamento degli enti o organi forensi delegati a funzioni riconosciute di interesse generale). Pertanto, non solo perché in linea di principio «ai fini della qualificazione della sanzione amministrativa, è decisiva la struttura normativa della fattispecie» (cfr., per tutti, DEL FEDERICO, Sanzioni improprie ed imposizione tributaria, in AA. VV., Diritto tributario e Corte costituzionale, a cura di L. Perrone e C. Berliri, Napoli, 2006, sub par. 2) ma anche ad esperire un’indagine di tipo funzionale, quella in esame sembra avere i chiari tratti di una «sanzione» punitiva della «resistenza all’obbligo primario» di versare un tributo e, soltanto indirettamente, costituisce un «estremo impulso ad adempiere onde ottenere la revoca del provvedimento» (cfr., ancora, mutatis mutandis, Corte cost., sentenza 6 luglio 1970, n. 114).

La sospensione dell’avvocato moroso in un limbo professionale sine die, in definitiva, ha una funzione plurima, come molteplici sono le funzioni proprie di ogni sanzione amministrativa – anche di tipo afflittivo – ma è prima di tutto la conseguenza punitiva di un inadempimento tributario e, proprio per questa fondamentale ragione, dovrebbe essere devoluta alla giurisdizione del Giudice fiscale.

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